Racconto pubblicato su La luna di traverso qualche anno fa e ora riproposto per un’antologia di prossima uscita (spero!! ;))
Eccoli. Finalmente. Sono arrivati stamattina. Costano quattro e novanta e saranno in libreria dai primi d’aprile. Non so come faccio a scrivere mantenendo questa calma apparente. Comunque adesso dovrò uccidervi tutti. Perché conoscete il mio vero nome. Ancora non so come fare. Ma mi inventerò qualcosa. Ho fantasia. :)
Londra 1890: Babele, Gran Forno, Inferno e Paradiso. Capitale del Mondo Occidentale. Dai fasti di Buckingham Palace al Popolo degli Abissi, passando per il rutilante mondo della potente borghesia in ascesa. Delitti, intrighi, passioni, amore e morte. Il Crepuscolo di un’epoca, l’agonia del Lungo…
I… I can’t… D’:
Nazione:Gran Bretagna, Canada, SveziaBella atmosfera, buona fotografia. L’ente del turismo inglese non ci fa una bella figura, a livello climatico, ma se trovi l’amatore il gioco è fatto.
Sulla storia niente da eccepire. Un’onesta e rispettabile ghost story inglese. Tratta da un libro. Si vede. Avrei detto un libro scritto a fine ‘800, ma se c’è qualcuno che non deve azzardarsi a criticare la nostalgia di certi scrittori che preferiscono perdersi in ambientazioni ed epoche desueta sono io.
Giovane avvocato vedovo che non riesce a superare il trauma dovuto alla perdita della moglie parte alla volta di un paesino sperduto nel fango e nel nulla per occuparsi della vendia di una vecchia casa che sorge in mezzo ad una palude. La casa l’avrei comprata immediatamente io! un rudere fatiscente imprigionato in un groviglio di rovi, che, se già non fosse così isolata da scoraggiare qualsiasi visita, rimane pure taglliata fuori dal resto del mondo dall’alta marea per parecchie ore al giorno… In pratica la casa vacanze che cerchiamo da anni!!!
Ben presto il giovinotto si rende conto che nella casa grava con una pesante cappa di sfiga l’oscura presenza dei una dama vestita di nero, all’apparizione della quale sembra collegarsi inspiegabilmente la morte violenta di molti bambini del villaggio.
Clima mostruoso e nebbia a parte, la storia è sapientemente infarcita di vecchi
giocattoli (di quelli che solo un pazzo sadico potrebbe regalare a un ragazzino, ma siamo fuori di testa?!?!!?), una fotografia che riesce a trasmettere l’atmosfera inquietante della casa, quando lo sventurato protagonista si muove al suo interno, e tutto l’armamentario opportuno per confezionare un prodotto decoroso da manuale.
Sulla resa cinematografica… mha… che dire? The others è un’altra cosa. Anche la spina del diavolo è un’altra cosa (e non è inglese, ok….). Shutter e The ring sono un’altra cosa.
Il film è godibile, punto e basta. Non lascia un granchè. Nessun brivido, nessun rimpianto. Si lascia guardare senza opporre resistenza, poi amici come prima.
La scena che mi ha inquietata di più in assoluto è stata quella iniziale, dalal quale si intuisce praticamente tutto il film, ma che è girata bene e risulta senza dubbio accativante.
Il resto scivola un po’ addosso, nonostante Daniel Radcliff sia anche bravino a darsi da fare per far dimenticare la maschera di Harry Potter, e gli altri attori siano appropriati e credibili.
Ma forse sono io che ormai mi impressiono con poco e ho perduto le mie illusioni peregrinando….

A casa in malattia da 8 giorni.
Vorrei poter dire che non mi mancano le risorse per non annoiarmi, ma questa influenza mi sega le gambe. O forse sono i farmaci che mi ha prescritto il medico che oltre a contrastare i bacilli azzerano la mia energia vitale. Fatto sta che passo la maggior parte del tempo vegetando sul divano con uno o più gatti addosso, e questo non giova certo alla mia autostima nè allla mia consueta iperattività.
Tutto questo giro di parole per giustificare per quale ragione ierinotte io e Mo ci siamo ritrovate, spulciando sul disco esterno, a scegliere di guardare questo film. Nemmen oricordavo di averlo, deve avermelo passato Daniele, il mio collega di lavoro. Al mio ritorno in ufficio dovrò chiedergli perchè… Fatto sta che ce lo siamo guardato tutto, nonostante fosse in inglese con sottotitoli. Ma ammettiamoli, i dialoghi non erano così fondamentali per seguire la trama che, ridotta in soldoni è: pazzo fottuto di testa rapisce bambino autistico e lo costringe per anni ad assistere agli efferrati delitti che compie nel lugubre scantinato di un vecchio mattatoio in disuso, dove porta giovani donne che finiscono squartate come maiali. Punto. Il resto, il tentativo di dare spessore alla vicenda costruendo la storia della giovane protagonista (?…) è fondamentalmente fuffa.

Non voglio liquidare tutto il film, beninteso. Non sono un’esperta del genere, dovrei chiedere numi all’amico Francesco, e non esiterò a farlo. Rispetto ad altre pellicole simili in cui sono inciampata negli anni, questo film merita se non altro per il clima claustrofobico che il regista ha saputo generare fin dall’inizio. Forse è il contrasto con le sconfinate distese di campi di granoturco e erba medica, sulle quali si spalanca un cielo azzurro talmente vasto da togliere il fiato, che s’incendia in tramonti di fuoco e nuvole corrusche, rispetto all’ambiente chiuso, buio, sporco del mattatoio, dove ogni corsa finisce in un vicolo cieco, e le grida si perdono nel nulla.
Questo non mi è dispiaciuto, come non mi dispiace ogni volta che un film, alal pari di un libro, riesce a farmi ‘sentire’ all’interno dell’ambientazione quel tanto che basta per coinvolgermi.
Il’cattivo’ della situazione non è del genere che io possa apprezzare. L’annullamento di qualsiasi forma di umanità, razionalità, consapevolezza me lo rende alieno, indifferente. Non so se sia stata una scelta registica, ma non mi ha toccata mai, nè nei suoi atti di brutale violenza (gratuita) nè nei suoi deliri solitari dai quali si sarebbe dovuto evincere il quid della sua follia, ma che si riducono, a mio avviso, a solliloqui abbastanza campati per aria.
Lodevole invece il modo in cui sono stati capaci di far lavorare il bambino. Già solo il suo silenzio è inquietante, e non credo sia facile ottenere da un attore così piccolo e giovane una tale intensità, soprattutto in scene che si esiterebbe a proporre ad attori adulti e navigati. Questo forse va a lode del regista in quanto tale, ma dal punto di vista squiistamente umano spero che i genitori del piccolo attore gli addebitino le sedute di analisi del figlio, un domani….

Comunque, l’ho guardato tutto, quindi significa che, al di là di non comprendere l’utilità di un film che si esaurisce in una mattanza continua, qualcosa di buono doveva esserci. O forse è stata la mia soverchia fiducia nel genere umano a spingerm iad andare fino in fondo.
Scopro in seguito che il film, girato nel 2011, è il realtà il prequel di un’altra pellicola dello stesso regista datata 2004: Malevolence. Ovvio che ci toccherà vedere anche questo, se non altro per sapere come sia diventato il bambinetto crescendo.
Concludendo, mi rendo conto che già solo scrivendo questa recensione ho risposto alla domanda che mi ero posta nel titolo: perchè qualcuno sente l’esigenza di girare certi film (e perchè qualcuno sente l’esigenza di guardarli)? Evidentemente perchè SI’!!
E tutto il resto è silenzio…….
La luce sta calando nella stanza.
Presto sarà necessario accendere un lume.
Mi sfilo gli occhiali sottili e mi passo la mano sul volto, indugiando per un istante sulle palpebre chiuse. Il sole è calato senza che me ne accorgessi. Il pulviscolo dorato che fino a poco fa ha danzato nel silenzio raccolto è tornato a depositarsi sui pochi mobili e sulle suppellettili ordinate con cura sugli scaffali. Dalla finestra socchiusa non entra più alcun chiarore, ma il passo ilare di chi si affretta a tornare a casa, dopo una giornata di lavoro, i richiami dei bambini che si rincorrono sull’acciottolato. Un refolo di vento solleva appena la tenda, come il respiro ingannevole di uno spettro.
Poso con cura il volume che stavo sfogliando sul tavolino accanto alla poltrona. L’ho rilegato io stesso, come la maggior parte dei suoi fratelli allineati con meticolosità geometrica sulle mensole e sui piani di lavoro dello studio. Alcuni di essi, i più notevoli, facevano bella mostra di sé nella vetrina che si affacciava sul marciapiede, insieme alle cornici, a una pregevole riproduzione neoclassica in marmo di due putti addormentati, e, naturalmente, alle fotografie dei defunti. [continua]